riflessioni sulle lotte e le rivolte in Francia
Negli ultimi decenni si è ulteriormente sviluppata la contraddizione tra una produzione sociale sempre crescente e la sua appropriazione in poche mani private: dalle statistiche si evince che, negli ultimi anni, il 99% della ricchezza mondiale è controllato dall’1% di privati costituiti da finanzieri e industriali che decidono i destini di tutti gli altri.
In Francia, questa contraddizione si può percepire concretamente e plasticamente nelle Banlieue, le aree periferiche delle città metropolitane, dove le classi subalterne sono ormai inutili e senza futuro, in quanto non produttrici di profitto per il capitalismo, organizzazione sociale arrivata allo stadio in cui non è più in grado di garantire lo sviluppo. Le popolazioni delle Banlieue, abbandonate dallo Stato se non per l’onnipresente e costante oppressione poliziesca, sono emarginate, controllate, represse ed espropriate perfino della propria dignità che periodicamente rivendicano attraverso ribellioni e rivolte.
Ovunque nelle metropoli imperialiste, le lavoratrici e i lavoratori sono costantemente impegnati a difendere le proprie condizioni di vita e le conquiste ottenute in passato (sanità, pensioni, istruzione, servizi sociali, ecc.) ma continuamente erose dalle politiche neoliberiste attuate dai governi di ogni colore politico.
Questa situazione è il prodotto della crisi del capitalismo, aggravata dalla pandemia da Covid-19 e dalla guerra inter-imperialista in Ucraina, che impone l’accelerazione della ristrutturazione dell’economia e della società e la gestione autoritaria del potere attraverso l’emergenza permanente.
Sul piano economico, la ristrutturazione viene attuata attraverso l’implementazione dell’Industria 4.0 e della digitalizzazione, il taglio e l’ulteriore privatizzazione dei settori pubblici considerati non produttivi come la sanità, l’istruzione, i servizi sociali e la stessa Pubblica Amministrazione, la transizione energetica alla cosiddetta ‘economia green’, il drenaggio di risorse da destinare alle spese militari che in pochi anni sono quasi raddoppiate.
Sul piano sociale avviene attraverso la repressione e la criminalizzazione delle lotte sindacali, il disciplinamento e il controllo di massa sperimentati durante la pandemia, il rafforzamento degli apparati polizieschi a cui viene garantita l’impunità, i moderni ghetti in corso di realizzazione nelle metropoli con le cosiddette “città di quindici minuti”, l’accentuazione della svolta autoritaria delle istituzioni dello stato borghese.
Per le lavoratrici e i lavoratori significa subire inflazione, speculazione, carovita, carenza di servizi sociali pubblici, riduzione del potere d’acquisto reale dei salari ma anche maggiori difficoltà a organizzarsi per la difesa dei propri interessi.
È in questo quadro che abbiamo assistito, per parecchi mesi, alla poderosa lotta delle lavoratrici e dei lavoratori francesi contro la riforma delle pensioni voluta dal governo, in ottemperanza all’agenda dell’Unione Europea, con scioperi molto partecipati in ogni settore e manifestazioni imponenti nelle strade delle principali città.
Poi sono seguite le rivolte delle banlieue, che covavano da tempo e che si sono scatenate dopo mesi di provocazioni e violenze poliziesche, con l’uccisione di un diciasettenne a un posto di blocco da parte di un poliziotto. Un tentativo, tanto spontaneo quanto distruttivo, di mostrare la rabbia dei giovani flessibilizzati, precarizzati, emarginati, segregati, ridotti alla mera sopravvivenza e con la sola certezza di non avere futuro; l’unica risposta che arriva dal potere a questi problemi sociali è esclusivamente in termini di ordine pubblico: controllo oppressivo e brutale repressione.
Sei mesi di mobilitazioni contro la riforma delle pensioni e non solo
L’estensione del movimento di opposizione alla contro-riforma delle pensioni, la durata, la forza e la combattività espressa, il livello di unità, la capacità di coinvolgere giovani, pensionati, studenti e la parte più combattiva del movimento ambientalista, il consenso generalizzato da parte della maggior parte della popolazione di cui ha saputo circondarsi nonostante i disagi provocati, così come l’ampia solidarietà espressa a livello locale e internazionale, devono farci riflettere.
Nel giugno 2023 si contavano ben quattordici giornate di mobilitazione e lotta con scioperi e manifestazioni nell’arco di sei mesi, oltre a numerosissime iniziative a livello locale che hanno portato milioni di lavoratrici e lavoratori, donne, pensionati, giovani e studenti nelle strade e nelle piazze in tutta la Francia.
Iniziato come opposizione alla proposta di legge governativa di contro-riforma delle pensioni (innalzamento dell’età pensionabile da 62 a 64 anni, aumento degli anni di contribuzione da 41 a 43 anni e di 2 anni per i lavori usuranti, abolizione dei trattamenti migliorativi per i dipendenti pubblici), il movimento si è caratterizzato da subito per il forte protagonismo dei proletari, ossia delle lavoratrici e dei lavoratori salariati dei settori produttivi (soprattutto ferrovie, energia, raffinerie, ecc.), attorno ai quali si sono poi uniti i lavoratori dei settori pubblici (in particolare operatori ecologici e insegnanti), anche se la partecipazione agli scioperi negli altri settori privati non sempre è stata alta.
Sono nati nuovi e numerosi collettivi e comitati di lotta di lavoratrici e lavoratori in ambiti settoriali, fenomeno che era già apparso nell’anno precedente nei movimenti di lotta per gli aumenti salariali, che si sono organizzati al di fuori dei sindacati ma spesso, e significativamente, con la partecipazione di sindacalisti appartenenti a diverse sigle.
Sono state forme molto interessanti ed efficaci di organizzazione dal basso di lavoratrici e lavoratori che tuttavia, per capitalizzare il frutto della lotta, si sono poi dovuti rivolgere alle forze sindacali riconosciute come ‘maggiormente rappresentative’[1], di fatto anche istituzionalizzate, che in Francia sono le sole autorizzate a depositare il preavviso di sciopero e a firmare accordi con validità nazionale.
Tutti i principali sindacati francesi, a partire da quelli maggiormente rappresentativi, CGT[2], CFDT[3], FO[4], CFE-CGC[5], CFTC[6], UNSA[7], FSU[8], che quelli di base, principalmente Solidaires[9] insieme alle organizzazioni studentesche più radicate, UNEF[10], VL[11], FAGE[12], FIDL[13], MNL[14], si sono coordinati in un organismo chiamato Intersyndicale attraverso il quale vengono concordate, decise e pianificate le mobilitazioni e le lotte, dimostrando un’alta consapevolezza della necessità di un’azione unitaria.
Nonostante la fortissima mobilitazione a livello nazionale, a costo della dilagante impopolarità (Macron ha esaurito i suoi mandati e non ha il problema di farsi rieleggere), il Presidente e il governo hanno tirato dritto per la loro strada in ottemperanza al piano dell’Unione Europea che impone, all’interno dello smantellamento dello stato sociale, la progressiva privatizzazione del sistema previdenziale pubblico.
L’approvazione del progetto di legge di contro-riforma sulle pensioni è quindi avvenuta a metà marzo attraverso l’esautorazione dell’Assemblea Nazionale da parte del governo che ha utilizzato l’articolo 49.3 della Costituzione francese. Questo articolo consente al Primo Ministro di approvare un progetto di legge direttamente, senza passare da una votazione in parlamento[15].
Dopo l’approvazione del progetto di legge, la CFDT ha avanzato la proposta, subito ripresa dagli altri sindacati ‘istituzionali’, di chiedere al governo una pausa consistente nel congelare per un mese e mezzo l’articolo della riforma che prevede l’innalzamento dell’età pensionabile a 64 anni e di nominare dei mediatori per trattare su un ipotetico compromesso; la proposta è stata immediatamente respinta dalla base sindacale, soprattutto da quella della CGT che proprio in quei giorni teneva il suo congresso.
Nel frattempo, poiché un progetto di legge, seppur approvato, non può essere definitivamente trasformato in legge se su di esso pende una richiesta di Référendum d’Initiative Partagée (RIP, Referendum d’Iniziativa Condivisa)[16], il gruppo parlamentare NUPES[17], il RN[18] e altri deputati, procedevano in tal senso ponendo la questione della non conformità alla Costituzione degli articoli del testo della legge sulle pensioni, impegnando così il Conseil Constitutionnel (Consiglio Costituzionale)[19] a pronunciarsi sulla costituzionalità del referendum stesso entro un mese, come previsto dalla normativa.
L’Intersyndicale, a metà aprile, mentre proclamava la dodicesima giornata di mobilitazione con manifestazioni e scioperi, in realtà contava su un pronunciamento favorevole al referendum, tanto che i segretari dei maggiori sindacati si erano affrettati a dichiarare preventivamente la loro piena accettazione del verdetto che avrebbe emesso il Consiglio Costituzionale e alcuni di essi già ipotizzavano la fine delle mobilitazioni. Questo nonostante le pressioni della base per contestare la legittimità dello stesso Consiglio Costituzionale soprattutto per la sua composizione: infatti, esso è costituito da membri nominati dal Presidente della Repubblica, dai Presidenti dei due rami del parlamento ai quali si aggiungono gli ex Presidenti della Repubblica, tra cui due ex ministri che avevano già tentato di imporre una contro-riforma delle pensioni nel 1995 e 2019, oltre a un ex ministro molto vicino all’attuale governo. Insomma, un’istituzione giudicata sostanzialmente dai lavoratori per nulla al di sopra delle parti e tantomeno imparziale.
Com’era prevedibile, il Consiglio Costituzionale si è pronunciato validando l’essenza e gran parte della contro-riforma sulle pensioni e respingendo la proposta di referendum. Pertanto, la sera stessa della pronuncia, il Presidente della Repubblica, da essa legittimato, ha promulgato la legge.
Nonostante il tentativo sindacale di sospensione delle mobilitazioni in cambio di un dialogo con il governo, che non è avvenuto, l’entrata in vigore della contro-riforma ha rinfocolato una certa collera popolare e il movimento contro lo smantellamento del sistema previdenziale pubblico, lungi dall’indebolirsi, si è esteso andando ad abbracciare rivendicazioni contro la precarietà, il carovita, l’alternanza scuola-lavoro, la devastazione ambientale, la repressione e la violenza poliziesca che in Francia è ormai endemica e legittimata da ogni governo.
Insieme ai lavoratori, si è rafforzata la presenza nelle piazze di giovani, studenti universitari, liceali e di militanti ambientalisti, soprattutto del movimento Les Soulèvements de la Terre[20] che è stato tra i promotori della contestazione dei rappresentanti governativi nei territori.
Proprio nei giorni precedenti, a fine marzo a Sainte-Soline nel nord-ovest della Francia, questo movimento è stato protagonista di una delle tante manifestazioni per contestare e cercare di impedire la costruzione di giganteschi bacini idrici a cielo aperto, che impoveriscono le falde acquifere e danneggiano fortemente la piccola produzione agricola, pagati con denaro pubblico ma destinati a sostenere la produzione agricola intensiva al servizio delle multinazionali dell’agro-industria. Oltre 8.000 persone hanno sfidato il divieto di manifestare, la presenza di 3.000 agenti di polizia antisommossa, 7 elicotteri e diversi posti di blocco, provocando comunque il blocco dei cantieri per diverse settimane.
Non solo la repressione è stata brutale ma il Ministro dell’Interno si è spinto a definire queste manifestazioni una sorta di eco-terrorismo: a inizio giugno, dopo perquisizioni e arresti in diverse città, una ventina di militanti sono stati denunciati alla Procura Antiterrorismo per i fatti di Sainte-Soline e per un’azione, di qualche mese prima e definita dai manifestanti un intervento di “disarmo”, in uno dei più grandi siti di produzione di cemento della Lafarge[21]. Il “disarmo” consiste in un’azione di sabotaggio di macchinari, silos e sacchi di cemento in modo da impedire che i cantieri possano riprendere immediatamente la produzione quando, al termine dell’azione, i manifestanti se ne vanno via. Allo stesso tempo veniva avviata nei confronti di Les Soulèvements de la Terre, già attenzionato dai servizi di sicurezza francesi, la procedura di dissolution[22], ossia la messa fuorilegge del movimento, diventata effettiva a fine giugno.
Con l’irruzione nel movimento di nuovi protagonisti giovani, in alcune casi provenienti anche dalle banlieue, sono emerse forme di lotta originali o, nelle piazze, molto radicali configurandosi in alcuni casi come vere e proprie forme di rivolta di massa; forme di lotta talvolta definite come violente dai media di regime e dagli apparati repressivi in quanto condotte spesso al di fuori degli schemi classici delle mobilitazioni sindacali che, negli ultimi decenni, sono progressivamente state confinate all’interno dell’ambito delle strette regole istituzionali. Oltre a blocchi stradali e vere e proprie barricate, va citato, appunto per la sua originalità, il movimento dei Robin Hood dell’energia, lavoratori delle imprese di gas e luce che, in segno di solidarietà sociale, hanno riattivato le forniture di corrente alle famiglie disagiate morose o, per dimostrare la netta opposizione al governo, l’hanno interrotta nei palazzi pubblici nei territori dove venivano in visita i ministri.
Anche l’estrema destra ha cercato di ritagliarsi uno spazio all’interno del movimento di opposizione alla contro-riforma delle pensioni. Se nelle prime manifestazioni sono stati alcuni consiglieri del RN eletti nelle amministrazioni locali a cercare di infiltrarsi, prontamente espulsi dai cortei appena riconosciuti, dopo l’approvazione del progetto di legge, sono stati alcuni gruppi neofascisti e neonazisti a cercare di fare leva sulla collera delle fasce giovanili più ‘ribelliste’ ma politicamente meno consapevoli; in alcuni casi, a Parigi, militanti del GUD[23] sono riusciti a distribuire volantini contro la legge sulle pensioni ma anche contro i picchetti, i blocchi stradali e i sindacati, presentandosi come unica alternativa ‘rivoluzionaria’.
Diversi falsi giornalisti, personaggi strettamente legati alle aree del neofascismo, hanno sistematicamente filmato gli spezzoni dei cortei maggiormente frequentati dai compagni e dai militanti della sinistra di classe, costringendoli a una vigilanza particolarmente attenta.
Ma il loro vero ruolo di cani da guardia del potere e di manovalanza repressiva che il capitalismo gli ha assegnato, i gruppi neofascisti e neonazisti, come il Waffen Assas (Assas è il nome di una delle facoltà di Parigi), lo hanno svolto aggredendo con spranghe di ferro e bastoni i picchetti davanti alle scuole, le facoltà occupate e i cortei studenteschi che confluivano nelle manifestazioni principali.
La partecipazione massiccia di lavoratrici e lavoratori e di masse popolari alle manifestazioni indette dall’Intersyndicale, la presenza di numerosi gruppi e collettivi antifascisti, la forte solidarietà di classe che si è espressa, hanno consentito, in generale, di respingere i pochi tentativi di infiltrazione, di attacco o di attivismo di neofascisti e neonazisti, dimostrando, ancora una volta, che i movimenti sociali di classe sono il miglior antidoto ad essi.
Più in generale, la repressione poliziesca, con queste mobilitazioni e poi con la rivolta delle banlieue, è stata durissima, caratterizzata da una tale brutalità e violenza da evidenziare ancora maggiormente il salto di qualità che si è prodotto in Francia negli ultimi tempi nella gestione della repressione. Ma non si tratta di ‘sbavature’, bensì di una modalità di intervento diventata, già da un decennio, normale prassi e, in un certo qual modo, legalizzata a inizio 2017 con le norme adottate dal governo socialista di allora, negli ultimi mesi del mandato presidenziale di Hollande[24]. Il livello di violenza nell’agire della polizia è arrivato a livelli talmente alti da provocare all’interno delle stesse forze dell’ordine contraddizioni che sono emerse con il fenomeno delle dimissioni degli agenti, arrivate al numero di 6.000 nell’ultimo anno.
Il governo non ha esitato a impiegare, contro i manifestanti che si sono mobilitatiti contro la legge sulle pensioni, il reparto speciale della polizia BRAV-M[25], addestrato al corpo a corpo per effettuare, in teoria, arresti rapidi in occasione di manifestazioni giudicate particolarmente critiche o potenzialmente violente, in realtà utilizzato soprattutto per intimidire i manifestanti con la violenza, contrastare la formazione dei cortei, disperderli. Infatti, è proprio questo reparto speciale a essere stato responsabile di violenze nei confronti dei manifestanti, compresi i giornalisti o chiunque sia sorpreso a girare video, minacciandoli, picchiandoli e spaccando l’attrezzatura fotografica, tanto che, essendo oggetto di inchieste giudiziarie per atti di particolare brutalità, da più parti è giunta la richiesta di un suo scioglimento.
Dopo le grandi manifestazioni del 1° maggio, l’Intersyndicale proclamava la quattordicesima giornata di mobilitazione per il 6 giugno pubblicando nel comunicato di indizione delle manifestazioni e degli scioperi un appello a tutti i parlamentari affinché votassero a favore della proposta di legge per abrogare la contro-riforma delle pensioni che sarebbe stata discussa in aula l’8 giugno; nel contempo predisponeva una pagina web per pubblicizzare la mobilitazione del 6 giugno e per rilanciare la precedente petizione popolare online Jusqu’au retrait[26] di sostegno all’Intersyndacale e di richiesta di ritiro della proposta di legge sulle pensioni.
Il gruppo parlamentare LIOT[27], infatti, aveva presentato nelle settimane precedenti una proposta di legge, sostenuta dalla NUPES e dal RN, il cui primo articolo prevedeva l’abrogazione dell’innalzamento dell’età pensionabile da 62 a 64 anni; il 31 maggio la maggioranza governativa aveva già ottenuto, in commissione affari sociali, la soppressione di questo primo articolo che è stato poi emendato e ripresentato da LIOT.
L’8 giugno la Presidente dell’Assemblea Nazionale, per impedire la discussione e la votazione sulla proposta di legge presentata da LIOT, facendo leva sull’articolo 40 della Costituzione e sull’articolo 89 del regolamento dell’Assemblea Nazionale[28], dichiarava incostituzionali gran parte degli emendamenti che riformulavano il primo articolo e quindi il ritorno dell’età pensionabile a 62 anni, costringendo il gruppo LIOT a ritirare il progetto di legge, in quanto ormai svuotato di ogni significato rispetto allo scopo iniziale.
L’ultimo atto dei tentativi ‘istituzionali’ di contrastare la legge di contro-riforma delle pensioni è stato, a metà giugno, quello di tentare di far cadere il governo con una mozione di censura in parlamento promossa da NUPES e appoggiata da RN e LIOT, che, come ampiamente prevedibile, non ha raccolto i voti necessari.
Negli stessi giorni i sindacati istituzionali, salvo la CGT, riprendevano i colloqui con il MEDEF[29] (accordandosi su una agenda “post-retraites” (fase del dopo legge-pensioni) da affrontare al rientro delle ferie estive; qualche giorno dopo, i sindacati maggiormente rappresentativi, compresa la CGT, insieme alle associazioni padronali si incontravano con il governo per chiudere il capitolo del conflitto sociale sulle pensioni e avviare il confronto sul “Nouveau pacte de la vie au travail”[30] promosso nei mesi precedenti dal Presidente Macron per cercare di distrarre e dividere il movimento.
Il parlamento, nel frattempo, discuteva due progetti di legge governativi particolarmente controversi: il primo riguardante l’amministrazione della giustizia e il secondo l’apparato militare.
La proposta di legge Loi Justice[31], che ha lo scopo di rafforzare l’apparato amministrativo della magistratura e l’infrastruttura penitenziaria, contiene un articolo, già approvato, in base al quale sarà possibile, da parte delle autorità, il controllo, all’insaputa dell’utente, di telefoni cellulari, computer e altri apparecchi connessi, per il tracciamento dei movimenti in tempo reale e l’acquisizione di suoni e immagini delle persone attenzionate, attraverso l'attivazione da remoto della geolocalizzazione, del microfono e della videocamera.
Viene organizzata ancora qualche mobilitazione, per lo più a livello locale. Ad esempio, lo sciopero a fine luglio dei portuali di Le Havre, in occasione della visita del Primo Ministro Élisabeth Borne, con l’appello ai colleghi a bloccare tutti gli altri porti: “Ricordiamo che la lotta contro la riforma delle pensioni non è finita finché non avremo le risposte alle nostre legittime richieste” e concomitante manifestazione organizzata dalla CGT locale “per dimostrare al Primo Ministro e al suo governo che stiamo ancora combattendo contro la loro politica di distruzione delle nostre conquiste”.
Oppure qualche azione di taglio della corrente elettrica alle piattaforme della grande distribuzione o di fornitura gratuita di gas alle famiglie disagiate attuata dai Robin Hood della CGT Energia, soprattutto per protestare contro il carovita.
Nonostante si producano qua e là per la Francia queste ‘code’ di mobilitazione, il grande movimento di lotta contro la legge sulle pensioni si è sostanzialmente esaurito senza ottenere il benché minimo risultato.
Le rivolte delle banlieue di fine giugno 2023
Mentre la mobilitazione a difesa del sistema previdenziale pubblico si spegneva, a fine giugno scoppiava la rivolta delle banlieue, innescata dall’assassinio a sangue freddo, a Nanterre (cintura metropolitana di Parigi), del diciassettenne Nahel fermato dalla polizia a un posto di blocco per guida senza patente; se non fosse stato per un video che smentiva e incastrava il poliziotto che aveva sostenuto di aver sparato per non essere travolto dopo il “refus d'obtempérer”[34], il rifiuto di fermarsi all’alt, ci sarebbe stata la solita narrazione della legittima difesa per giustificare la brutalità e la licenza di uccidere concessa, di fatto, alle forze della repressione francesi.
Indicativo del livello di violenza raggiunto dalla polizia francese è il fatto che negli ultimi 5 anni, ossia dal 2017, quando è entrata in vigore la “Legge sulla sicurezza pubblica”[35], sono state uccise 4 volte più persone per “rifiuto a ottemperare” che nei precedenti 20 anni; nel solo ultimo anno e mezzo in Francia è stato ucciso, in media, un automobilista al mese mentre in Germania c'è stata una sola sparatoria mortale in dieci anni, confrontando situazioni analoghe. Secondo Sebastian Roché, specialista in questioni di polizia e sicurezza, le ricerche comparative alle quali ha partecipato indicano che la polizia francese è la più mortale in Europa in due categorie: omicidi per sparatorie della polizia e durante le operazioni di ordine pubblico[36].
Protagonisti della rivolta durata 6 notti sono stati i giovani e i giovanissimi delle periferie delle aree metropolitane di tutta la Francia, età media 17 anni, la stessa del ragazzo ucciso dalla polizia. In maggioranza sono figli di immigrati ormai di quarta e quinta generazione e quindi francesi a tutti gli effetti, seppure talvolta con la pelle scura o di cultura araba, costantemente discriminati nella vita quotidiana, anche nell’istruzione; proletari con occupazioni precarie, semiproletari che vivono di lavori saltuari a chiamata, lavoretti in nero e sussidi pubblici e sottoproletari ingaggiati dalla piccola delinquenza o nello spaccio, spesso indebitati o con il problema della casa.
Tutti accomunati dall’assenza di qualsiasi prospettiva di riscatto, in quanto ridotti a consapevoli ‘rifiuti sociali’ di un sistema capitalista e razzista in crisi che non sa cosa farsene di loro, nemmeno più come esercito di riserva industriale. Accomunati anche da un rapporto con lo Stato ridotto al solo contatto con la polizia, che si traduce in continui controlli di identità opprimenti, condotti con l’intimidazione, la discriminazione, la brutalità e l’umiliazione; accomunati da un odio, non ancora di classe ma ormai interiorizzato, nei confronti delle forze dell’ordine e di tutto ciò che rappresenta l’autorità costituita.
Una situazione che permane e peggiora da decenni. La profonda crisi delle periferie, infatti, è iniziata negli anni ’90 con l’applicazione delle politiche neoliberiste e da allora le rivolte si manifestano ripetutamente a distanza di anni con il medesimo schema: un’uccisione provocata dalla polizia, una reazione, tumulti notturni e poi la rivolta dispiegata. Prima di questa del 2023, la più significativa scoppiò nel 2005: furono tre settimane di manifestazioni, anche allora con scontri con le forze dell’ordine, auto date alle fiamme, barricate, assalti a edifici pubblici e una feroce repressione poliziesca.
Ma le analogie si fermano qui. Le rivolte del 2005 rimasero per lo più circoscritte nell’ambito delle periferie e dei quartieri più poveri, con l’eccezione di Parigi, ed esprimevano soprattutto la rabbia degli esclusi abbandonati nei moderni ghetti, mista a una sorta di determinazione a difendersi dal pericolo costantemente risentito nei confronti della polizia. Quelle di quest’anno hanno fin dall’inizio travalicato i ‘confini’ delle banlieue per riversarsi nei centri urbani, spesso coinvolgendo giovani ‘di città’ delle classi subalterne che sempre più vivono analoghe contraddizioni dei giovani delle periferie; gli stessi ‘giovani di città’ che hanno partecipato, con forme di lotta dura (barricate, incendi, ecc.), alle mobilitazioni contro la legge delle pensioni.
Di relativamente nuovo, si sono visti numerosi episodi di esproprio di generi alimentari nei supermercati, attacchi a istituti bancari e finanziari e gli assalti incendiari mirati agli edifici pubblici, in particolare commissariati di polizia e municipi dai quali, significativamente, venivano strappate e bruciate con voluta ostentazione le bandiere esposte, quasi a esprimere la volontà di affrancarsi dalla condizione di umiliazione sociale accumulata in anni di emarginazione e soffocante controllo in cui li ha relegati uno Stato al servizio di una borghesia da tempo non più in grado di distribuire nemmeno le briciole della ricchezza prodotta. Una questione che non riguarda solo la Francia, come evidenziato dal ‘contagio’ che si è prodotto con le durissime manifestazioni, in contemporanea con quelle francesi, di Losanna, in Svizzera e Bruxelles, in Belgio.
Anche il livello di violenza della rivolta del 2023, pur essendo durata ‘solo’ sei notti, è stato molto più alto rispetto a quella del 2005: questa volta il governo, non solo ha mobilitato 45.000 agenti delle forze dell’ordine ma ha perfino inviato i corpi speciali antiterrorismo BRI e RAID[37] e le ‘teste di cuoio’ GIGN[38]; in molti casi le prefetture hanno sospeso i trasporti pubblici nelle ore serali e notturne, annullato le feste locali di paese e i concerti, vietato qualsiasi manifestazione o assembramento.
E come nelle mobilitazioni contro la legge sulle pensioni, anche in questo caso sono intervenuti, contro i giovani rivoltosi, i neofascisti che sono sfilati al grido di “blu, bianco, rosso, la Francia ai francesi”, come a Lione, e i neonazisti scesi in piazza con l’obiettivo dichiarato di voler “ripulire le città”, come a Chambéry, in entrambi i casi sotto lo sguardo benevolo delle forze dell’ordine.
Il bilancio di queste rivolte e il fatto che hanno costituito un grosso problema al potere è testimoniata dalle cifre dei danni comunicate dal Ministero dell’Interno: 23.878 incendi su strade pubbliche, 12.031 veicoli incendiati, 2.508 edifici bruciati o danneggiati, di cui 273 appartenenti alle forze dell'ordine, 105 municipi bruciati o danneggiati e 168 scuole oggetto di attacchi. Inoltre, le forze di polizia hanno proceduto a 3.505 arresti, di cui 1.373 a Parigi e nella sua area metropolitana, età 11 anni il più giovane e 59 il più anziano.
Il vero problema di queste rivolte è il loro carattere essenzialmente nichilista e l’assenza totale di una qualsivoglia rivendicazione, non potendo considerarsi tale la sola denuncia della brutalità della repressione.
Alcune riflessioni
È ancora presto per fare un bilancio politico compiuto su questa stagione di lotte e rivolte francesi perché richiederà maggior tempo e distanza; si possono però già fare alcune considerazioni e riflessioni.
Molto è già stato detto e scritto da più parti ma fondamentalmente restano ricorrenti due domande che richiedono ulteriori approfondimenti.
Il movimento contro la riforma delle pensioni ha saputo trovare un ampio livello di unità, è stato in grado di costruire e mettere in campo una forza davvero significativa, tale da mobilitarsi costantemente e ininterrottamente per oltre sei mesi, ha ottenuto un’ampia solidarietà popolare; è stato capace di porre all’ordine del giorno questioni più generali fino a mettere in discussione il sistema capitalista in quanto tale, perché basato sul perseguimento del massimo profitto per pochi a scapito della salute, della sicurezza e della qualità della vita dei lavoratori e degli studenti e dei pensionati; e ancora, le rivolte dei giovani delle banlieue hanno tenuto in scacco per diversi giorni un apparato repressivo senza precedenti, mostrando il vero volto feroce e autoritario del potere borghese francese; pur spontanee e senza rivendicazioni, hanno espresso rapporti di forza senza precedenti con qualche segnale di consapevolezza nell’individuare la controparte, sfogando la propria rabbia contro i palazzi simbolo del potere; come mai, nonostante tutto ciò, il governo e i suoi provvedimenti ne sono usciti senza nemmeno essere scalfiti?
E poi, al di là dell’assenza di risultati delle lotte e delle rivolte, molti compagni e molti lavoratori avanzati che auspicano una nuova stagione di lotte ispirandosi a quanto avvenuto in Francia, pongono la questione: perché in Italia nulla si muove e non si riesce a sviluppare un movimento simile?
I fattori da prendere in considerazione sono tanti e complessi, qui cercheremo di toccare i principali in maniera sintetica, concentrandoci sui fattori critici perché quelli positivi già emergono dall’esposizione fatta nelle pagine precedenti, ovviamente senza pretesa di essere esaustivi ma con l’auspicio che possano essere di stimolo per ulteriori approfondimenti.
Il primo fattore sul quale soffermarsi è la forte accentuazione e accelerazione della svolta autoritaria delle democrazie borghesi europee che caratterizza la fase in cui si sono svolte le mobilitazioni e le rivolte. Se l’esautorazione della funzione dei parlamenti è un processo che avviene ormai da anni - in Francia attraverso l’abuso degli articoli della Costituzione che consentono ai governi di emanare leggi senza passare dal voto parlamentare, in Italia attraverso l’abuso del voto di fiducia e il percorso per giungere al presidenzialismo - con la pandemia sono state sperimentate nuove forme di governo mediante la proclamazione dello stato di emergenza che attribuisce poteri speciali ai governi, nuove forme di controllo e limitazioni delle libertà sociali. Restrizione delle libertà di manifestazione e di organizzazione attraverso lockdown, obbligo di vaccinazione con farmaci approvati d’urgenza, senza che per essi fosse svolto l’iter previsto di sperimentazione per dimostrarne la sicurezza, discriminazione dei non vaccinati attraverso i passaporti sanitari (in Italia il Green-Pass), particolarmente pesante per i lavoratori. Significativo il fatto che la Francia sia stato l’ultimo paese europeo ad allentare le restrizioni e gli obblighi giustificati con la pandemia: l’obbligo vaccinale per il personale sanitario e per il personale di alcune categorie del pubblico impiego è stato sospeso (non eliminato!) con un decreto solo a metà maggio del 2023.
L’altra faccia della svolta autoritaria è il ruolo affidato alle forze della repressione che in Francia hanno praticamente mano libera nello svolgimento del compito assegnato: la violenza, la brutalità, la licenza de facto di uccidere impunemente non rappresentano un malfunzionamento dei vari corpi di polizia: in realtà questi funzionano esattamente come devono funzionare per mantenere il sistema capitalista in tempo di crisi; in questa direzione, il governo non esita minimamente a promulgare leggi e alimentare una propaganda con caratteristiche di estrema destra reale che scientemente si ispirano al periodo fascista e a quello colonialista.
Il sistema repressivo francese è mutuato dal modello sionista, costantemente aggiornato grazie alla sperimentazione continua sulle masse palestinesi, e sta permeando progressivamente tutti i paesi europei.
L’ulteriore svolta autoritaria è accompagnata dall’eliminazione progressiva del sistema previdenziale pubblico, così come del sistema sanitario universale e gratuito e più in generale del welfare. Lo smantellamento dello ‘stato sociale’, che è considerato un costo non produttivo, è un obiettivo strategico dell’Unione Europea, che prima o poi, in un modo o nell’altro, dovrà essere raggiunto in tutti i paesi europei: diventa necessario e indispensabile, per far fronte alla crisi, recuperare i costi associati al welfare per destinarli al rafforzamento della competitività in ambito internazionale, sostenuta dal rafforzamento militare che drena risorse sempre maggiori; nel contempo si favoriscono i fondi pensionistici e sanitari privati creando un nuovo mercato finanziario molto redditizio. Questi elementi concorrono a spiegare l’irremovibilità sulla contro-riforma delle pensioni del governo francese, che peraltro è tra gli ultimi, in Europa, ad affrontare la questione.
Un altro fattore da considerare è quello che riguarda la natura e il ruolo dei sindacati storici. Con la crisi economica degli anni ’70 ma anche per reazione alla forza espressa dalla classe operaia in quegli anni, la borghesia finanziaria e industriale è costretta a una profonda ristrutturazione che porterà al superamento del modello produttivo fordista, basato sulla grande fabbrica, e all’avvento di quello toyotista, basato sul decentramento produttivo, l’apertura dei mercati internazionali e la globalizzazione; tutto questo ha prodotto una drammatica frammentazione della classe lavoratrice.
Una delle conseguenze sui sindacati, a partire dalla metà anni ’70 e soprattutto in Francia, è stata la fortissima la riduzione dei tesserati: in quel paese il tasso di sindacalizzazione nell’arco di 15 anni si è dimezzato, passando da circa il 20% nel 1975 a circa il 10% nel 1990, dato poi rimasto sostanzialmente stabile. Contemporaneamente, da allora, è cresciuto moltissimo il coinvolgimento dei sindacati ‘maggiormente rappresentativi’ negli “Organismes paritaires”[39], istituti in cui siedono pariteticamente organizzazioni padronali e sindacati, dai quali traggono finanziamenti.
Sul piano organizzativo, negli stessi anni, si assiste alla trasformazione dei militanti sindacali, fino ad allora quasi esclusivamente lavoratori in produzione distaccati temporaneamente oppure a tempo parziale presso la struttura del sindacato, in funzionari di professione impiegati e stipendiati a tempo pieno e indeterminato dalle organizzazioni sindacali ma per questo sempre più lontani dalle istanze dei lavoratori. Le spese ‘amministrative’ per il funzionamento dell’apparato sindacale raggiungono ormai i due terzi dell’intero bilancio, rispetto a un terzo di vent’anni prima, a scapito della propaganda e dell’agitazione (volantini, manifesti, opuscoli, giornali, ecc.) le cui spese si riducono fortemente.
Nella CGT scompaiono progressivamente i concetti di “classe operaia” e di “rapporto di forza” da costruire per “imporre” conquiste, sostituiti da “lavoratori dipendenti” e da “negoziato” per un vero “dialogo sociale” finalizzato a ottenere una ipotetica “responsabilità sociale d'impresa”. In generale, quasi tutti i sindacati sembrano ormai più preoccupati di proporre contro-piani industriali invece che di attrezzarsi per lottare contro lo sfruttamento. Come se i padroni e i governi fossero solo cattivi manager assetati di profitti, nell’illusione che sia possibile una gestione aziendale compatibile con gli interessi di classe dei lavoratori, una sorta di ‘capitalismo dal volto umano’ che non è mai esistito, nemmeno ai tempi del boom economico quando la borghesia era stata costretta dalle lotte operaie a distribuire qualche briciola degli enormi profitti realizzati.
Al processo di burocratizzazione è corrisposto, sul piano dell’azione sindacale, un progressivo abbandono della strategia basata sulla sequenza scioperi-rivendicazioni-manifestazioni-trattative, per la quale l'astensione dal lavoro precedeva la formulazione delle rivendicazioni e l'eventuale apertura di trattative finalizzate a imporle; strategia che è stata sostituita da quella di usare le lotte per fare pressione sulle istituzioni per “trattare”. Infatti, anche questo movimento contro la riforma delle pensioni ha ribaltato lo schema tradizionale del conflitto: si è passati dalla centralità dello sciopero accompagnato da manifestazioni di appoggio alla centralità delle manifestazioni accompagnate da scioperi finalizzati più che altro a consentire la massima partecipazione ai cortei.
L’alto livello di unità raggiunta e la grande forza espressa dal movimento sono stati sostanzialmente ‘investiti’ dai sindacati nella direzione di illusorie iniziative giuridico-istituzionali: dalla petizione al parlamento per respingere la contro-riforma sulle pensioni, fino alla proposta parlamentare per abrogare la legge già promulgata, passando per la richiesta di dichiararla incostituzionale e per l’iniziativa referendaria finalizzata ad abrogarla; tutti obiettivi miseramente falliti.
L’unità raggiunta attraverso il coordinamento Intersyndicale, pur rappresentando in sé un fattore molto positivo, non è stato senza prezzo: se da una parte ha consentito una reale unità d’azione a cui hanno partecipato tutte le organizzazioni sindacali, con effetti positivi sul livello di consenso e di solidarietà delle masse popolari, dall’altra, per quanto riguarda gli obiettivi, è stata una unità al ribasso, tendente alla sola ricerca del minimo comun denominatore; un esempio per tutti: dalla piattaforma unitaria è sparita la rivendicazione fondamentale del mantenimento della contribuzione a 41 anni invece del suo innalzamento a 43, in quanto questo provvedimento era ritenuto accettabile dalla CFDT.
Oltre a dimostrare di non avere alcuna chiarezza sul ruolo di classe dello Stato e dei governi, che ci si poteva aspettare almeno da parte della componente della CGT, il grosso limite della linea impressa al movimento dall’Intersyndicale è quello di aver mancato di qualsiasi spessore politico. L’Intersyndicale non ha potuto, o meglio non ha voluto, nemmeno nei momenti in cui la piazza ampliava le rivendicazioni a temi come il carovita, estendere la mobilitazione dalla questione della contro-riforma delle pensioni ad altre più generali come quella della ‘transizione ecologica’, introdotta solo da qualche frangia minoritaria del movimento, vedi Les Soulèvements de la Terre, o come quella della guerra che pure ha conseguenze non secondarie sull’economia in termini di inflazione e sui lavoratori in termini di riduzione del potere di acquisto; questione, quella della guerra, che è stata completamente assente nelle mobilitazioni. Nemmeno le dichiarazioni del presidente della Repubblica Macron, che in qualche occasione si è lasciato sfuggire che i fondi risparmiati con la riforma delle pensioni sarebbero stati destinati alle spese militari e di guerra, hanno smosso i vertici sindacali che hanno ritenuto che la questione non li riguardasse.
L’elemento politico è del tutto mancato anche nelle rivolte delle banlieue, ma in questo caso la questione è molto più comprensibile tenendo conto del loro carattere spontaneo e del fatto che sono state condotte da giovanissimi privati di qualsiasi potere contrattuale e di qualsiasi rappresentanza politica. Con le notti di violenza e le incursioni nei cuori delle città, luoghi del potere costituito e del consumismo, questi giovanissimi appartenenti alle classi subalterne non hanno potuto fare altro che affermare la loro mera esistenza sociale e la loro forza potenziale in contrapposizione alla forza dispiegata dello Stato e delle sue istituzioni che, avendoli completamente ‘dimenticati’, si manifesta ormai solo attraverso la violenza poliziesca.
È chiaro, anche a questi giovanissimi, che bruciare automobili, banche o anche commissariati non serve certo a eliminare la violenza e il razzismo della polizia, né serve a ottenere un lavoro dignitoso, ma è altrettanto chiaro, anche a loro, che astenersi dal ribellarsi contro uno Stato autoritario per paura della sua reazione è il modo migliore affinché nulla cambi. I protagonisti delle rivolte delle banlieue hanno perlomeno avuto il merito di rendere evidente che la loro condizione sociale non è il sintomo di una inadeguatezza, di una stortura del sistema che si può correggere, ma è ormai il modo ‘normale’ di esistere per una parte crescente delle masse popolari nella società capitalista che ha esaurito la sua funzione di sviluppo delle forze produttive.
La mancanza di prospettive politiche è stata evidenziata dall’assenza dei partiti. Quelli della sinistra borghese si sono prestati alla battaglia parlamentare senza mai mobilitarsi veramente nelle piazze, non essendo in grado di indirizzare il movimento e innalzare le sue rivendicazioni verso obiettivi più generali. Le organizzazioni e i partitini della sinistra ‘rivoluzionaria’ o comunisti, come in Italia figli della frantumazione e per lo più settari e autoreferenziali, pur con qualche tentativo di presenza attiva nelle mobilitazioni, sono risultati del tutto ininfluenti.
[1] Sono definiti “maggiormente rappresentativi” quei sindacati che, a livello nazionale e intercategoriale, oltre che a livello di singola categoria, raccolgono almeno l'8% dei voti espressi; la valutazione dei voti avviene ogni 4 anni in base all’aggregazione dei risultati delle elezioni ai diversi livelli. I sindacati maggiormente rappresentativi sono gli unici a potere firmare accordi e contratti collettivi a livello nazionale e a essere autorizzati a depositare il preavviso di sciopero; inoltre sono i soli a poter partecipare agli incontri di confronto e alle trattative con le organizzazioni delle controparti padronali e con il governo.
[2] CGT, Confédération générale du travail (Confederazione Generale del Lavoro), viene fondato nel 1895, come sindacato di lotta, indipendente e a vocazione rivoluzionaria; successivamente, rapportandosi con il Partito Comunista Francese, appoggerà il governo di Fronte Popolare nel 1936 e parteciperà attivamente alla Resistenza. Nel dopoguerra subisce la scissione di FO e la repressione che caratterizzò il periodo della Guerra Fredda, appoggiando le lotte anticoloniali di liberazione nazionale in Algeria e in Indocina, contro il governo francese. A partire dagli anni ’80, le posizioni ambigue nei confronti dei governi socialisti che sposeranno le politiche neoliberiste, la flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro, le esternalizzazioni e delocalizzazioni delle produzioni, provocano una forte e costante emorragia di militanti e un processo di desindacalizzazione nei luoghi di lavoro, in parte comune anche alle altre organizzazioni sindacali. Attualmente è il primo sindacato per numero di voti e il secondo per numero di iscritti ed è uno dei sindacati maggiormente rappresentativi.
[3] CFDT, Confédération Française Démocratique du Travail (Confederazione Francese Democratica del Lavoro), sindacato maggiormente rappresentativo, conta il maggior numero di iscritti, e alle elezioni sindacali è secondo, dietro alla CGT. La CFDT fu creata nel 1964 quando la maggioranza dei membri del sindacato cristiano Confédération Française des Travailleurs Chrétiens (CFTC) decise di rendere aconfessionale il sindacato. La minoranza decise di uscire, mantenendo il nome di CFTC oggi di orientamento riformista.
[4] FO, Force Ouvrière, formalmente CGT-FO Confédération Générale du Travail - Force ouvrière (Confederazione Generale del Lavoro - Forza Operaia), nato nel 1947 a seguito di una scissione dalla CGT, da parte della componente socialdemocratica. Fin dalla nascita e per tutto il periodo della Guerra Fredda ha ricevuto sostegno finanziario dall'AFL-CIO, la maggior confederazione sindacale statunitense, nonché dalla CIA allo scopo di “creare sindacati non comunisti in Francia e in Italia per indebolire la CGT e la sua controparte italiana, la CGIL”. È uno dei sindacati maggiormente rappresentativi.
[5] CFE-CGC, Confédération Française de l'Encadrement - Confédération Générale des Cadres (Confederazione Francese del Management - Confederazione Generale dei Quadri), sindacato maggiormente rappresentativo, è il sindacato che rappresenta soprattutto manager, dirigenti e quadri (tecnici, ingegneri, progettisti, ecc. e i livelli dirigenziali della pubblica amministrazione).
[6] CFTC, Confédération Française des Travailleurs Chrétiens (Confederazione Francese dei Lavoratori Cristiani), la sua linea è basata sui principi sociali cattolici; tradizionalmente antimarxista, in particolare respinge la teoria della lotta di classe, ha il suo principale punto di forza nelle categorie impiegatizie; è tra i sindacati maggiormente rappresentativi.
[7] UNSA, Union Nationale des Syndicats Autonomes (Unione Nazionale dei Sindacati Autonomi), si definisce sindacato riformista, fondato sull'indipendenza e sul dialogo con i datori di lavoro. Presente a macchia di leopardo, rappresenta soprattutto impiegati, tecnici, ingegneri e ha una presenza significativa nella polizia.
[8] FSU, Fédération Syndicale Unitaire (Federazione Sindacale Unitaria), è il principale sindacato nel settore dell'istruzione in Francia, l'88% degli iscritti sono insegnanti. È anche la seconda maggiore organizzazione sindacale nella pubblica amministrazione statale.
[9] Solidaires, formalmente Union Syndicale Solidaires, sindacato conflittuale che fa parte del Forum Sociale Mondiale. All'interno del sindacato ci sono anche comunisti, socialisti, anarchici, femministe ed ecologisti Molti membri sono iscritti al NPA Nouveau Parti anticapitaliste (Nuovo Partito Anticapitalista), nato nel 2009 dallo scioglimento della LCR Ligue communiste Révolutionnaire, partito di ispirazione trotskista.
[11] VL, La Voix lycéenne (La Voce dei Licei) chiede un massiccio investimento nell'istruzione nazionale pubblica: più insegnanti e personale per supportare gli studenti delle scuole superiori. Molto attivo nel movimento di opposizione alla controriforma delle pensioni con l’organizzazione di picchetti nelle scuole superiori e di cortei studenteschi.
[12] FAGE, Fédération des Associations Générales Ètudiantes (Federazione delle Associazioni Generali Studentesche) si definisce “più che un sindacato studentesco, un'organizzazione popolare di educazione”, infatti La FAGE è stata riconosciuta come associazione educativa popolare dal 1997 dal Ministero della Gioventù e dello Sport. Si considera indipendente da partiti politici, sindacati e mutue studentesche. Dal 2011 co-promuove la creazione di AGORAé, negozi di alimentari solidali per studenti disagiati, ottenendo talvolta finanziamenti o sostegno da Università, Comuni, Regioni e privati.
[13] FIDL, Fédération Indépendante et Démocratique Lycéenne (Federazione Indipendente e Democratica delle Scuole Superiori), nata nel 1987 da alcuni studenti militanti di SOS Racisme e vicini all’allora Partito Socialista, sull’onda dell’impegno contro il progetto governativo di limitare e selezionare l’accesso degli studenti all’università, dichiara come obiettivo quello di difendere i valori di uguaglianza e solidarietà e portare la democrazia nelle scuole superiori.
[14] MNL, Mouvement National Lycéen (Movimento Nazionale delle Scuole Superiori), nato nel 2017, rivendica il miglioramento delle condizioni di studio e di vita per gli studenti e la difesa dei diritti dei liceali (borse di studio, diritto di associazione, contro l’abuso di potere, ecc.).
[15] Nel solo primo anno di vita del governo di Élisabeth Borne, nato nel maggio del 2022, l’articolo 49.3 è stato utilizzato in ben 11 casi, sempre per imporre leggi impopolari.
[16] Référendum d’Initiative Partagée (RIP, Referendum d’Iniziativa Condivisa), introdotto nel 2015, può essere attinente limitatamente a leggi riguardanti l’organizzazione della Pubblica Amministrazione o a riforme relative alla politica economica, sociale o ambientale della nazione e ai servizi pubblici che vi contribuiscono. Il RIP deve essere richiesto da almeno il 20% dei parlamentari e sostenuto dal 10% dell'elettorato; di fatto, occorrono almeno 185 parlamentari, l’approvazione del referendum, entro un mese dalla richiesta, da parte Consiglio Costituzionale e successivamente la raccolta di circa 4,8 milioni di firme valide. Con queste regole, almeno fino ad oggi, non è stato possibile organizzare nessun referendum.
[17] NUPES, Nouvelle Union Populaire Écologique et Sociale (Nuova Unione Popolare Ecologista e Sociale), è una coalizione di partiti nata a metà del 2022 per partecipare alle elezioni legislative. È composta da La France Insoumise (La Francia indomita), il partito di Melonchon, da un raggruppamento di Verdi, dal Partito Comunista Francese e dal Partito Socialista.
[18] RN, Rassemblement National (Raggruppamento Nazionale), nuova denominazione del FN, Front National (Fronte Nazionale) adottata a partire dal 2018, è un partito fondato nel 1972 da esponenti del gruppo neofascista Ordre Nouveau (Ordine Nuovo) tra i quali Jean-Marie Le Pen, ispirandosi al MSI, Movimento Sociale Italiano. Organizzazione extraparlamentre fino a metà degli anni ’80 quando entrò prima nel Parlamento europeo e poi in quello francese. La sua ascesa elettorale iniziò degli anni ’90 grazie al mascheramento delle sue posizioni reazionarie e xenofobe ma grazie anche agli spazi politici lasciati aperti dal Partito Socialista che si era convertito al neoliberismo e dal Partito Comunista consumato dalla deriva revisionista, giunse a conquistare una fetta consistente di voto operaio. Nel 2011 la figlia di Le Pen, Marine assume la carica di presidente del partito al posto del padre, mentre tre anni dopo la nipote Marion Maréchal-Le Pen assume la vicepresidenza. Alle elezioni europee del 2014, alleato con la Lega Nord italiana e il Partito della Libertà austriaco, risulta il primo partito francese con quasi il 25% dei voti. A metà dell’anno successivo, a seguito di una faida interna familiare e di partito, Marine Le Pen espelle il padre e fondatore Jean-Marie, consolidando l’evoluzione della linea politica verso posizioni populiste e sovraniste. Alle elezioni presidenziali del 2017 arriva seconda andando al ballottaggio con Macron che sarà eletto facendo anche leva sulla paura di una possibile presidente ‘fascista’.
[19] Conseil Constitutionnel (Consiglio Costituzionale), istituzione preposta a deliberare sulla conformità alla Costituzione delle leggi e di alcuni regolamenti ad essa riferiti. Garantisce la regolarità delle elezioni nazionali e dei referendum. È composto da nove membri nominati per un unico mandato di nove anni e rinnovati per un terzo ogni tre anni, ai quali vanno aggiunti gli ex Presidenti della Repubblica che ne sono membri di diritto. I membri sono designati rispettivamente dal Presidente della Repubblica, dal Presidente del Senato e dal Presidente dell'Assemblea Nazionale, in ragione di un terzo ciascuno. Il ricorso al Consiglio per le leggi ordinarie, prima della loro promulgazione, compete al Presidente della Repubblica, al Primo Ministro, al Presidente del Senato, al Presidente dell'Assemblea Nazionale e a sessanta deputati o sessanta senatori. Per quanto riguarda le leggi già in vigore, qualsiasi parte in causa, durante un processo di qualsiasi grado, può ricorrere al Consiglio se ritiene incostituzionale una determinata disposizione legislativa.
[20] Les Soulèvements de la Terre (Le Rivolte della Terra); si definiscono così loro stessi: “siamo un tentativo di costruire una rete di lotte locali stimolando un movimento di resistenza e ridistribuzione della terra su scala più ampia. È la volontà di stabilire un vero equilibrio di potere per strappare il territorio alla devastazione industriale e commerciale. Siamo giovani ribelli cresciuti con il disastro ecologico come sfondo e la precarietà come unico orizzonte. Abbiamo combattuto contro la Loi Travail (Riforma del mercato del lavoro, una sorta di Jobs-Act francese, varata nel 2016 che ha aumentato la flessibilità, la precarietà e la facilità di licenziare), la violenza della polizia, il razzismo, il sessismo e l'apocalisse climatica”. Dall’incontro tra il collettivo Bassines Non Merci (Bacini No Grazie), la Confédération Paysanne (Confederazione degli agricoltori), un sindacato di contadini che difende pratiche agricole alternative, e il movimento Les Soulèvements de la Terre, è nato, dal settembre 2021, un nuovo ciclo di mobilitazioni, reso possibile da questa alleanza, che ha trasformato la lotta locale in una lotta di respiro nazionale, in alcuni casi internazionale. Sono state individuate tre minacce principali che incombono sui terreni agricoli: quella della loro appropriazione sfrenata da parte dell’agrobusiness, che li esaurisce delapidando le risorse idriche; quella della crescente artificializzazione dei terreni, la loro cementificazione tramite l’espansione urbana e l’attivismo economico dei giganti dell’edilizia e dei lavori pubblici; quella della distruzione irreversibile della vita dei suoli con i fertilizzanti, pesticidi, fungicidi e erbicidi scaricati ovunque sulla terra dalle multinazionali petrolchimiche. Oltre ai terreni agricoli, migliaia di ettari di terreni incolti, foreste e zone umide, riserve vitali di biodiversità, vengono divorati dal turismo, dai centri commerciali e dall’espansione delle aree metropolitane. Dal punto di vista organizzativo, il movimento Les Soulèvements de la Terre centralizza in due assemblee nazionali svolte annualmente tutte le lotte e i gruppi (oltre 180 comitati locali) che entrano in relazione con il movimento; in ogni assemblea vengono definiti il programma delle lotte e gli obiettivi da propagandare e raggiungere. A fine giugno. Il movimento è stato sciolto dal governo perché ritenuto un pericolo per il potere costituito.
[21] Lafarge, filiale della multinazionale svizzera Holcim, leader mondiale nei materiali da costruzione, conta in Francia circa 4.200 collaboratori in oltre 470 stabilimenti industriali, dove domina il settore del cemento e si vanta di essere “profondamente impegnata nella transizione ecologica e agire su tutte le leve per costruire strutture più sostenibili ancorate all'economia circolare”. Tuttavia, negli anni scorsi è stata incriminata (il procedimento è tuttora in corso), come persona giuridica, per "finanziamento di un'impresa terroristica", "complicità in crimini contro l'umanità", "violazione di un embargo" e "messa in pericolo della vita di altri". Lafarge è sospettata di aver finanziato diverse organizzazioni terroristiche, tra cui l’ISIS (Stato Islamico dell'Iraq e della Siria), tra il 2011 e il 2015, al solo scopo di mantenere in funzione una fabbrica in Siria. Inoltre, 8 dirigenti della società sono già stati incriminati individualmente per questo stesso caso, mentre nel 2022 Lafarge era già stata condannata dal tribunale di New York al pagamento di 778 milioni di dollari per finanziamento all'ISIS.
[22] Dissolution (scioglimento) è un dispositivo legale che consente al Presidente della Repubblica di mettere fuori legge qualsiasi organizzazione o gruppo considerato pericoloso per le autorità pubbliche. Definito da una legge varata nel 1936 a seguito del tentativo di colpo di Stato di inizio 1934 da parte delle leghe di estrema destra (fasciste, monarchiche, patriottiche, di ex-combattenti, ecc.) e proprio per questo sostenuta anche dai comunisti, che in quell’occasione si dimenticarono della natura di classe dello Stato, fu in seguito utilizzato non solo nei confronti del neofascismo ma anche contro organizzazioni come i movimenti di liberazione nazionale nelle colonie e i gruppi rivoluzionari: ne fu vittima l'intero movimento comunista, sindacale e democratico francese sotto il regime di Vichy, collaborazionista dei nazisti tedeschi. Dopo la Liberazione fu la volta di organizzazioni malgasce, indocinesi, vietnamite, algerine, camerunensi, dell'India Occidentale, della Guyana, della Polinesia e di Gibuti; dopo il maggio 1968 toccò a ben 17 organizzazioni della sinistra rivoluzionaria. Nel 2021 la legge sullo ‘scioglimento’ è stata modificata per ampliare le casistiche per le quali procedere alla messa fuori legge di organizzazioni, avendo nel mirino alcuni gruppi della sinistra di classe o antifascista: ora lo ‘scioglimento’ è previsto anche per i gruppi "che provocano atti violenti contro persone e beni", la qual cosa significa che ora è sufficiente aver prodotto qualche danno materiale o slogan rivoluzionari perché sia avviata la procedura di messa fuori legge di un’organizzazione. Tra le prime vittime vi furono il Gruppo Antifascista di Lione, a causa di alcune scritte sul muro di una sede fascista e di alcuni slogan, come “Morte ai nazisti” o “Fuoco alle carceri” nei loro comunicati, e Blocco Loreno per avere trasmesso video di scontri con la polizia accompagnandoli con messaggi del tipo "distruggere il capitalismo". Da quando è diventato presidente nel 2017, Emmanuel Macron ha decretato ben 34 ‘scioglimenti’ (ma il suo mandato terminerà nel 2027), secondo solo al Generale De Gaulle che ne decretò 48.
[23] GUD, Groupe Union Défense (Gruppo Unione Difesa), è un gruppo giovanile universitario neonazista nato a Parigi a fine 1968 che ha attraversato fino al 2017 diverse fasi passando da posizioni nazionaliste e visceralmente anticomuniste a una linea politica ispirata alla “terza posizione”; dopo un periodo di relativa calma, dal 2022 ha adottato lo slogan “Europe, jeunesse, revolution” (Europa, giovinezza, rivoluzione) ed è tornato a essere molto attivo svolgendo un ruolo di collegamento tra diversi movimenti dell’ultra-destra, oltre ad azioni squadristiche e particolarmente violente che caratterizzano queste organizzazioni al servizio del potere.
[24] Loi du 28 février 2017 relative à la sécurité publique (Legge sulla sicurezza pubblica); uno degli scopi era quello di “fornire disposizioni che consentano alla polizia di essere legalmente più sicura quando deve usare le proprie armi” per superare la condizione di dover dimostrare, da parte di ogni agente, di agire per legittima difesa in caso di uso delle armi; nella sostanza una sorta di licenza di uccidere con garanzia di impunità. Il varo di questa legge rispondeva anche alle pressioni del corpo di polizia francese tradizionalmente incline ad atteggiamenti ispirati alla destra più reazionaria.
[25] BRAV-M, Brigades de Répression des Actions Violentes - Motorisées (Brigate di Repressione delle Azioni Violente - Motorizzate), reparto di polizia di motociclisti creato nel 2019 per reprimere i Gilet Gialli, la BRAV-M conta una novantina di equipaggi che saliranno a circa 150 nel 2024 in occasione delle Olimpiadi di Parigi. Ogni equipaggio è composto da una coppia di agenti formata da un pilota (contraddistinto dal casco bianco) e da un operatore specialmente addestrato alla repressione (contraddistinto dal casco nero).
[26] Jusqu’au retrait (fino al ritiro - della contro-riforma delle pensioni) è la pagina web (https://jusquauretrait.fr) che invita a partecipare alla mobilitazione del 6 giugno e contiene il link alla petizione online lanciata a inizio gennaio su change.org. In sei mesi la petizione ha raccolto poco meno di 1.200.000 firme.
[27] LIOT, Liberté, Indépendants, Outre-mer et Territoires (Libertà, Indipendenti, Oltremare e Territori) è un gruppo parlamentare eclettico, formato a metà del 2022 e composto da una ventina di deputati delle colonie, autonomisti regionali, indipendentisti corsi, centristi provenienti sia dal centro destra che dal centro sinistra. Si definiscono fortemente ancorati ai territori che rappresentano e sostengono di voler affrontare le questioni sociali legate a: potere d'acquisto, energia, occupazione, salute e accesso alle cure, lotta al riscaldamento globale e adattamento ai suoi effetti.
[28] L’articolo 40 della Costituzione vieta ai parlamentari di presentare proposte di legge o emendamenti senza copertura economica; l’articolo 89 del regolamento dell’Assemblea Nazionale conferisce al Presidente dell’assemblea stessa di giudicare la conformità di un emendamento all’articolo 40 della Costituzione.
[29] MEDEF, Mouvement Des Entreprises de France (Movimento Delle Imprese di Francia), è la principale associazione padronale, rappresenta il 70% delle imprese, in gran parte medie e piccole; si è dato come missione quella di promuovere la libertà d’impresa e valorizzare l’imprenditorialità.
[30] Nouveau pacte de la vie au travail (nuovo patto sulla vita lavorativa), è un insieme di temi proposti a metà aprile dal Presidente Macron nel tentativo di smorzare le lotte contro la legge sulle pensioni e riprese a metà luglio nell’incontro con le parti sociali; i temi da discutere entro la fine del 2023 con sindacati e associazioni padronali sono: aumento dei salari, avanzamenti di carriera, miglior condivisione della ricchezza, miglioramento delle condizioni di lavoro, soluzioni per i lavori usuranti, come favorire la riconversione.
[31] Loi Justice (Legge Giustizia), prevede l’attuazione, dal 2023 a 2027, di alcuni provvedimenti per attenuare lo stato disastrato della giustizia e delle carceri in Francia, oltre ad ampliare la casistica e le forme di intercettazione. Nello specifico prevede l’assunzione di 1.500 magistrati, 1.800 impiegati, mentre per il rafforzamento dell’apparato carcerario è prevista l’assunzione di 600 consulenti per l'integrazione e la libertà vigilata oltre alla costruzione di nuovi penitenziari per ulteriori 15.000 detenuti. Nell’ambito delle intercettazioni da remoto, la geolocalizzazione potrà essere attivata in caso di reati punibili con almeno cinque anni di reclusione mentre l’acquisizione di suoni e immagini potrà avvenire in casi inerenti reati di terrorismo e criminalità organizzata.
[36] BRI, Brigades de recherche et d'intervention (Brigate di ricerca e intervento), definite anche “Brigate antigang”, dal 1964 costituiscono un corpo speciale della polizia criminale francese, creato allo scopo di investigare sulla criminalità organizzata e intervenire in caso di crimini violenti come rapine a mano armata, presa di ostaggi, sequestri di persona, ecc.
[37] RAID, Recherche, Assistance, Intervention, Dissuasion (Ricerca, Assistenza, Intervento, Dissuasione), corpo speciale creato nel 1985, dipende direttamente dalla Direzione Generale della Polizia Nazionale e ha come missione la lotta e l’intervento contro terrorismo, eventi gravi che pregiudicano l’ordine pubblico, presa di ostaggi, criminalità organizzata, ecc.; RAID e BRI sono diretti e coordinati da una task force chiamata Force d'Intervention de la Police Nationale (Forza d’Intervento della Polizia Nazionale).
[38] GIGN, Groupe d’Intervention de la Gendarmerie Nationale (Gruppo d’Intervento della Gendarmeria Nazionale), corpo speciale militare di paracadutisti della Gendarmeria (l’equivalente dei Carabinieri in Italia) creato nel 1974 con funzioni di antiterrorismo, svolge anche operazioni militari ad alto rischio.
[39] Organismes paritaires (Organismi paritetici), sono stati previsti dalla legislazione francese già dalla fine dell’Ottocento, sostanzialmente per garantire la pace sociale; non a caso, nei primi decenni di esistenza, erano stati accolti con molta diffidenza da parte della CGT. Si sono sviluppati dopo la Seconda guerra mondiale nell’ambito dell’istituzione della previdenza sociale pubblica come suoi organi di gestione, finanziati dal padronato e dallo Stato sotto il controllo dello stesso (gestione della cassa integrazione, fondi pensione integrativi, formazione professionale, commissioni per i concorsi, ecc.). Dagli anni ’90 sono stati utilizzati come fonte di finanziamento da tutti i sindacati ‘maggiormente rappresentativi’ per compensare le entrate crollate con il dimezzamento degli iscritti: fino al 2014, infatti, la norma consentiva di prelevare fino all’1,5% dei fondi destinati alla formazione professionale (corrispondenti a circa 60-80 milioni di euro all’anno). Dal 2015 una nuova legge, promulgata nel marzo del 2014, ha istituito l’AGFPN, Association de Gestion du Fonds Paritaire National (Associazione per la Gestione del Fondo Paritetico Nazionale) con lo scopo di “finanziare il dialogo sociale” e rendere più trasparente il finanziamento di sindacati e organizzazioni padronali; queste ultime contribuiscono al fondo con una quota pari allo 0,016% della massa salariale lorda a cui si aggiunge un contributo dello Stato: nel 2021 sono stati pari, rispettivamente, a 101,8 e 32,6 milioni di euro per un totale di 134,4 usufruiti per metà da ciascuna delle due parti sociali.